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Carmine Sabbatella Agoincisione

babilonia

AGOINCISIONE

 Di Carmine Sabbatella

 “alchimista dell’arte”

Testo critico di Jacqueline Ceresoli

 11 – 28 gennaio 2012

Carmine Sabbatella è il primo artista che presentiamo con una personale nel nuovo anno, un giovane scultore impegnato nell’Arte Pubblica, premiato nel 2011 con il 1° premio nel concorso nazionale “Y PUB ART– Assetati di creatività”, promosso dal comune di Vimodrone e patrocinato dalla provincia di Milano, per l’opera “Reperto per un fiore contemporaneo” installata all’entrata della città.

Che relazione c’è tra una lastra metallica, simile a una “pagina” di ferro incisa con segni brulicanti e Carmine Sabbatella ?

La risposta è semplice, c’è la sua storia trascritta con segni stilizzati, forme germinanti, dinamiche ed evolutive che tracciano la sua identità. Il suo essere cresciuto a pane e ferro nella “bottega” del padre, fabbro e artigiano da cui ha ereditato il valore del manufatto e appreso il segreto del fare: una pratica che nel tempo si è trasformata in un linguaggio inconfondibile. Lo scultore, salernitano d’origine e milanese d’adozione si definisce “alchimista dell’arte”, abile nel rielaborare la mitologia, la storia, restando in bilico tra magico e primario.  A Milano ha frequentato l’Accademia di Brera e ha sperimentato diversi linguaggi e materiali, come il ferro, le lastre metalliche, la pietra, il marmo: tutti materiali della Terra.

Lavora per se in maniera frenetica e convulsiva e su commissione; è tra i pochi adepti dell’arte sacra, paradossalmente impraticabile nel XXI secolo, in cui l’umanità ha perduto il valore di una ricerca spirituale, la tensione verso l’assoluto; tema che ha nutrito l’arte dal Medioevo fino all’età dei Lumi, quando la ragione si sostituisce a Dio.

Lo scultore si distingue per la forza virile delle sue mani, che hanno toccato, piegato, inciso e graffiato di tutto, per il suo corpo possente e soprattutto per un codice autoreferenziale inciso su lastre metalliche e altre superfici. Sabbatella ha realizzato vetrate per le chiese, sculture urbane, affreschi pubblici e privati e sbarca il lunario svolgendo diverse committenze e facendo il grafico digitale. E’ un artista rinascimentale, figlio di una cultura umanista, che ha vissuto in una Terra tellurica, che trasuda di segni arcaici e testimonianze di civiltà preistoriche.  Non c’è materiale che lo inibisca o che possa limitare il suo desiderio di lasciare un segno ovunque: l’impronta del suo pollice destro e un groviglio stilizzato delle dita della sua mano. Questi segni brulicanti sono l’inconfondibile cifra del suo linguaggio arcaico, post-rupestre, in cui la figurazione s’intreccia con l’astrazione, il mito con la storia e l’iconografia sacra con la realtà.  Sabbatella nello spazio di City Art a Milano presenta 11 incisioni su lastre di metallo. Poteva raccontare il suo polimorfismo eclettico, mostrando un vasto repertorio di opere realizzate in oltre dieci anni di attività di lavoro, invece ha scelto l’essenziale, è andato per sottrazione, si è semplificato, mostrando il suo DNA formale: l’incisione su lastre metalliche e in questa forma d’arte non ha rivali. Di Sabbatella, senza esagerare, potremmo dire che ha un rapporto quasi erotico con il ferro, gli piace piegarlo a suo piacimento, domarlo e mapparlo con segni che incidono gesti decisi. Il ferro è un materiale vivo, è caldo o freddo a seconda delle condizioni ambientali in cui si trova, è duttile e nell’alchimia è associato a Marte. Per Sabbatella il ferro è materia-corpo, pelle, pergamena, ceppo miliare, foglio di un diario mai scritto sul quale incidere codici–icone di un alfabeto indecifrabile, misterioso di forme antropomorfiche emerso da stratificazioni e contaminazioni culturali e immerse in un magma fluido. La sua scrittura segnica trascrive automaticamente sensazioni, istinti, pulsioni, emozioni: la vita. Materiale, gesto, segno, sono gli elementi portanti del suo codice antropomorfico, il tema è un presupposto poetico; l’importante è lasciare una traccia di una scrittura simbolica, come testimonianza di esistenza; un’impronta della sua pulsione di vita. Se graffia, incide, manipola un materiale, Sabbatella vive. fuori dal gesto, dal fare cose che non esistono in natura, l’artista si nega. La sua originalissima comunicazione  non verbale, ma figurativa simbolica, iconizza l’aspetto gestuale e trascrive geroglifici di una ricerca invisibile del senso alle cose. Lo scultore s’iscrive nella materia, come memoria del suo vissuto, nell’attimo in cui il gesto d’incidere il ferro si fa segno autoreferenziale. Il gesto è una comunicazione universale che s’iscrive nella tradizione orale primitiva, capace di superare le barriere linguistiche e culturali. La sua impronta contiene la potenzialità primitiva di espressione, che sulla materia, diventa atto grafico, linguaggio dal valore estetico ed emozionale, fondendo decorazione e simbolismo. Osserviamo queste incisioni dalla forza arcaica e insieme visualizzeremo una scrittura  dinamica, inconscia, che indaga suoi processi cognitivi in assenza di qualsiasi controllo, censura esercitati dalla ragione o dalla  morale, proprio come accade quando due corpi si amano, all’apice del piacere l’io si perde  nell’altro, con la tensione di esorcizzare la morte nell’istinto di vita. E se così è per l’artista, l’augurio per noi è  che  batta il ferro finché è  caldo!

 

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