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Development di Franco Nardi

Franco Nardi

dal 7 al 21 maggio 2016

City Art

Via Dolomiti 11 Milano

Dopo una lunga assenza Franco Nardi è tornato a Milano, l’occasione è la mostra personaleDevelopment: una toccata e fuga con biglietto di ritorno verso il suo personale altrove. Gli addii, le banchine dei treni e le sale fumatori degli aeroporti se li è caricati nello zaino ed è tornato a Milano ma questo è un viaggio che parte da lontano, un viaggio di ricerca, un Grand tourdell’anima cominciato a Corridonia passando per Firenze, Macerata, poi Milano e finalmente Londra. Una corsa continua ma Nardi è un vero romantico e pur di essere se stesso nel posto giusto divora le suole delle proprie scarpe e digrigna i denti come nella più tipica storia deidéracinés di provincia, gente costretta a vivere lontano dal paese natio e destinata a non inserirsi mai nel nuovo habitat. Londra poi è spietata e come fai a fare l’artista quando passi la metà delle tue giornate a pelare verdure e a friggere nella cucina di una bakery e l’altra metà tra pratiche burocratiche, banche e Western Union? Poter fare quello per cui si è votati diventa un miraggio, un sogno perché di tempo non ce n’è. Tuttavia, non bisogna arrendersi e cercare alternative e magari rendere il sogno, la fase rem, il proprio laboratorio creativo e pensare, pensare e sperare di avere il modo e il tempo, un giorno, per rendere concreta quella realtà virtuale: questo è Development, una mostra curata da un altro artista “visionario”, Piero 1/2botta.

Nardi ha deciso che questa sarà una mostra essenziale: via il superfluo, il decoro, l’inutile e quella atmosfera bobo che fa sembrare tutte le mostre uguali. Il comunicato è puntuale, vuoto, quasi severo e al gallerista mica piace. E fosse solo questo! Figuratevi poi che il giorno dell’inaugurazione Franco tappa la vetrina con fogli bianchi; per non parlare poi del testo critico del Mezzabotta, vero sfregio all’acume critico. Inaccettabile!

invito

La mostra, tre giorni per pensarla, realizzarla e allestirla, è composta da due site-specific e una terza opera frutto invece di una riflessione londinese. Il sound dei Sunn O))) fa vibrare i muri ma le opere reggono bene e appesa alla parete di destra si vede un enorme arabesco composto dahula hoop smontati, uniti e rimodellati. La concezione fa pensare a Fontana ma l’idea di partenza di Nardi è bene diversa. A proposito, “si sa da dove si parte ma non dove si arriva” e Franco è giunto a Milano con un’idea/tema ma la morfogenesi si è delineata sul momento, come per miracolo. Questa scultura si rivela ai nostri occhi come una struttura non orientabile composta da aperti e, come il nastro di Möbius o le cinghie di trasmissione dei mietitrebbia, non ha né inizio né fine, semmai un doppio, la propria ombra. Queste particolari forme furono studiate dal filosofo matematico René Thom e spiegate nella Teoria delle catastrofi: in breve, egli scoprì che i punti di instabilità delle forme non sono soggette a configurazioni caotiche ma a forme topologiche, ovvero, forme che non variano quando viene effettuata una deformazione.

Dialoga con questa scultura, sulla parete opposta, un disegno moltiplicato per dieci. Realizzato con tratti veloci sullo schermo del cellulare, rappresenta un cubo all’interno del quale si muovono impazzite delle stringhe di materia colorata impazzita, che rimbalzano sulle pareti, si scontrano tra loro e continuano a muoversi creando un incessante fluire. Continua con quest’opera il discorso legato alla riflessione sull’in and out: vietato entrare, vietato uscire. Le schegge colorate sono costrette a muoversi senza requie, la serializzazione del disegno ribadisce e rinforza il meccanismo di segregazione ed esclusivismo del cubo (che riflette le dinamiche della società e dell’arte) nel quale il verde non può tornare sulle foglie e l’azzurro nel cielo and so on

Il secondo site-specific è quello che meglio si adegua all’idea di scultura di Nardi: costruire per via di privazioni. Così Franco strappa la moquette dello spazio espositivo (per la gioia del gallerista che la doveva sostituire) la compatta, la pressa e la modella fino ad arrivare alla forma: chiusa. Dal tessuto spuntano ciocche, capelli, parrucche, sempre a loro agio tra le pieghe della moquette. Le tracce dell’assenza di quest’ultima e dell’opera di stacco sono i pezzi di nastro bi-adesivo rimasti sul pavimento e che l’artista colora di arancione dando vita ad una segnaletica casuale ma emozionale, come di ricordo e memoria.

Poche ore dopo la vernice della mostra Franco lascia il paese: il seme è stato gettato ma l’insinuarsi della realtà e della quotidianità sono forze più stringenti e il lavoro, quello vero, lo chiama…. Good Night, and Good Luck.

testo tratto da https://famessite.wordpress.com/

 

FRANCO NARDI E LO “SVILUPPO” DELLE COSE

di Michael Rotondi

Che bello andare alle mostre il sabato pomeriggio !!!

A Milano sembra una prassi, si inaugura sempre il martedì e il giovedì, certo niente di male, però. Sarò l’ultimo dei nerd, ma il sabato pomeriggio per me se ti fai una passeggiata, e ti vedi una mostra, non c’è niente di più sano e genuino.

Franco Nardi lo intravedevo in giro ai vernissage milanesi, ci avevano presentati, ma ultimamente sono smemorato, sarà l’età, la troppa gente, le cose da fare, ma non ricordavo più se me l’ero sognato oppure Piero Mezzabotta aveva fatto da tramite. Comunque, Franco vive a Londra, nel quartiere di Schoreditch (che meraviglia), e da tempo insieme a Mezzabotta avevano deciso di fare un progetto a quattro mani dove un artista curava il lavoro dell’altro con un intervento.

Così è stato ed è nata Developmentconcepita sulla teoria della forma in genere; struttura che può comprendere altri automatismi raramente invertibili. Mezzabotta ha curato l’installazione di Nardi con un testo che si presenta così:

invito

Il “blablabla” copre l’introduzione al testo I pittori dell’Italia Centrale presente nel libro di Bernard Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, Hoepli, Milano, 1936.

<< Berenson fu uno dei pionieri della storia dell’arte. Per analogia ho scelto questo brano corrispondente agli artisti marchigiani, così come lo è Franco >> e come lo è anche Piero Mezzabotta, che con questa frase mi illumina sul suo intervento “curatoriale”. Ironizza sugli eventi mondani dell’arte, come una semplice vernice, dove si parla di niente e mai di arte.

Il “Blablabla” che mai si consuma di Mezzabotta ha, alla sua base, uno schermo – illusorio – alla critica d’arte, che racchiude contenuti generati dalle radici storiche dell’arte.

All’interno dello spazio espositivo di CityArt, sulla destra, un condotto attorcigliato, prodotto da dieci hula op scomposti e ri-assemblati sulla parete, genera un segno continuo nello spazio. La moquette, al centro, diventa scultura cambiando la sua funzione. L’artista la stacca e la ri-assembla, inserisce elementi del suo vissuto, evidenzia, con la pittura, lo scotch che la teneva ferma al pavimento dando origine ad un tracciato, come una nuova planimetria contenitiva.

Dieci foto, sulla parete di sinistra, della misura del suo cellulare: un cubo, una forma rigida contenete filamenti colorati che continuano a “dimenarsi” nell’ambiente che li trattiene.
La materia ed il suo movimento è la regola che, concettualmente, si può ripetere come gli elettroni all’interno dell’atomo. Anche se c’è l’azione, sembrerebbe difficile percepire un movimento ed uscire dall’impianto principale.

Nardi non dà titoli alle sue opere, ne misure, ne tecniche, dice: << si chiama arte visiva, perchè si vede>>. Amen.

Testo tratto da http://formeuniche.org/2016/05/14/franco-nardi-e-lo-sviluppo-delle-cose/

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