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Giacomo Spazio Succede: SOLO A NOLO

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dal 11 al 25 giugno 2016

Succede: SOLO A NOLO

Girando per le strade della Zona 2 di Milano, la cosiddetta NoLo, ossia a Nord di Loreto, come ormai da molti viene chiamata, si nota da tempo un cambiamento sostanziale, che in realtà vale per molte delle strade dell’intera città: tantissimi esercenti non sono più italiani. Spesso sono cinesi: il bar sotto casa ha cambiato gestione? È stato rilevato da cinesi. La tua vicina non ci va più? Capita, sono cinesi, sotto sotto mica ci fidiamo. Questo razzismo strisciante, che non si vuole ammettere nemmeno con se stessi, è ciò che più ha colpito Giacomo Spazio nella sua indagine visiva, preludio alla creazione della mostra che state visitando.

Sulle pareti di City Art, allora, opere nel tipico stile di Spazio: accumuli visivi, qui organizzati in dittici, serigrafati e colorati a mano, glitterati e lucidati. Ognuno è unico, ma si può acquistare a prezzi contenutissimi, e ciò per far girare la riflessione maturata osservando, camminando, parlando con le persone, raccogliendo frammenti di carta.

Perché è così che Giacomo Spazio lavora: andando in giro e lasciandosi attraversare da quello che l’occhio coglie, che sia un manifesto strappato, un adesivo caduto per terra, un’immagine che viene in mente per associazione guardandone altre a tema.

E quindi la mostra che vedete, oltre a certe immagini ricorrenti in molti lavori di Spazio, ha tanta Cina dentro: da Capitan Cina a un verso dalla celebre canzone China Girl di David Bowie (attenzione!, non è l’unico brano musicale citato, c’è in mostra una sorta di colonna sonora che propone una canzone diversa per ciascun dittico: a voi trovarla), da Bruce Lee alle stelle della bandiera cinese (che in maniera assolutamente irriverente vanno a sovrapporsi alla provocante silhouette di una pin up anarchica), a un paio di segni zodiacali cinesi.

E naturalmente anche tanti caratteri dell’affascinante scrittura cinese: Giacomo si è divertito a confrontarsi, come forse la nostra vicina di casa prima citata non fa più, con gli altri, e allora ha fatto tradurre nei bellissimi ideogrammi pensieri, parole, brani di libri amati (uno per tutti: Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal), ed anche i nomi dei suoi figli, perché l’artista mette sempre qualcosa di personale in ciò che crea, anche se le sue opere sembrano apparentemente solo delle registrazioni, sapientemente ricomposte, di ciò che egli ha guardato.

Questo, a sua volta, è ciò che maggiormente ci ha colpito: l’accumulo disordinato, se non sottoposto al vaglio critico della ragione, diventa metafora del disordine che abbiamo dentro anche noi; se non facciamo ordine tra i nostri pensieri, se non sappiamo organizzare tutti gli input che ci vengono dall’esterno, finiamo per non capire, e quindi rifiutare in blocco ciò che vediamo, ossia rischiamo di diventare appunto razzisti, anche se non lo si può dire, a Milano non sta bene.

Mai uno stile è stato più efficace per cogliere questo nostro tempo: l’inquinamento visivo di Giacomo Spazio è il modo più immediato per raccontarlo.

Micaela Mander

Ringraziamenti:

Rossella Moratto; Giuseppina Puppo; Lucia Mapelli e Chung Ling Caldara; Paola Trinchera e Lorena Vizzi; Mariella Clemente e Giulio Marino; Sara Chinello e Cristina Russo; Piero Leodi; Francesca Romano.

Traduzione in Cinese dei testi di Giacomo Spazio a cura di Sara Bortoletto

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