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Ilaria Beretta Migrazioni

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MIGRAZIONI

personale di ILARIA BERETTA,

è la seconda di quattro mostre personali del progetto:

MATERPOLIS

a cura di di Eleonora Fiorani.

dal 12 al 29 Aprile 2012

Sguardi nel ventre stesso della metropoli, sulla sua pelle, sui suoi vissuti, è questo ciò che vuol essere MaterPolis, un progetto unitario che tesse i fli dell’invenzione di quattro artiste che, con sguardi diversi, si interrogano e lavorano sul territorio e si riferiscono al radicale mutamento di valori, che investe la metropoli e l’idea stessa di società o di cultura, e che deve essere continuamente rapportato a quello interno delle soggettività di cui fanno parte le percezioni visive, olfattive, tattili, auditive. E la messa in atto di saperi, modi e tecnologie con i quali il territorio metropolitano è parlato e agito. E le tante presenze e gli incontri e scontri anche con l’alterità che lo attraversano. “

In Ilaria Beretta è presente un’estetica del frammento e dell’alterità che progetta forme e spazi derivanti dall’area di probabile individuazione di un elettrone in un orbitale atomico e dalle curve matematiche della teoria delle catastrof di René Thom: sono forme libere dalle costrizioni tipologiche, fuide come le nuvole, e sono spazi dinamici, senza limitazioni, quindi indefnibili con qualità fsse, spazi che mutano in relazione a ciò che avviene in essi, spazi dalle caratteristiche nuove e mutevoli nel tempo le cui regole possono modifcarsi attraverso quello che avviene in essi. E’ un modo di operare e pensare l’arte che sembra andare alle radici di molti dei progetti attuali di biotettonica, che sembrano richiamare la Ville surrealiste di Marcel Jean, una città non euclidea con le sue forme biomorfe e matematiche, fatta di edifci piegati come tessuti, ponti che non portano da nessuna parte, superstrade che si trasformano in edifci, biblioteche a forma di nudo femminile inginocchiato. Greg Lynn parla di nuove specie di forme, di forme “proto geometriche”, “an-esatte”, “indistinte”, “duttili”, “viscose”. Perfette per dire l’incerto in cui dipana la vita umana nella visione heideggeriana che Ilaria Beretta fa sua così come coglie la rifessione di Deleuze sulla piega per leggere il barocco a monte del dispiegarsi della materia e del neobarocco in cui ci troviamo a vivere.

Ne è venuta un’opera complessa in cui interagiscono installazioni e opere multimediali di videoarte a costituire una narrazione che intreccia cuoio, pelle, ferro, lamiere, cavo d’acciaio, flo da pesca, tela di lino grezza, carta, grafte, inchiostro, tempera, sanguigna, videoproiezioni, terra, semi, nell’idea che nel dialogo e nell’unità tra scienza ed arte siano tracciabili mappe e sensi che ci orientino nella mutazione e nell’impossibilità di previsione sul futuro nel mondo globalizzato.

Lo dice la forma conica di pelli tatuate e carta appesi con cavi d’acciai, posta, al centro che rappresenta l’area di probabile individuazione di un elettrone in un orbitale atomico. A cui si aggiungono due sculture in pietra che rappresentano 2 delle 7 curve matematiche della teoria delle catastrof di René Thom, la cuspide e l’ombelico. Alle pareti disegni su carta e su pezzi di pelle e incisi su lamiera. Una videoproiezione all’interno del cono di pelli fa sì che, passando vicino al video, la sequenza di immagini di città si interrompa e subentrino scariche di frame tratti dai video di denuncia di Pasolini, così che la presenza dei fruitori diviene una componente dell’opera. Sul pavimento, terra e semi diventano mobili registrazioni delle impronte dei visitatori.

Sono tutte visualizzazioni di sistemi, che pur essendo deterministici si comportano in modo pparentemente casuale. Sistemi sensibili infuenzabili da eventi anche minimi, iscritti in un caos deterministico caratteristico dei processi creativi in evoluzione. Cosicché il caos diviene ordine rintracciabile in diferenti modelli, che la teoria delle catastrof di Thom, su cui si concentra l’interesse di Ilaria Beretta nel suo percorso artistico, esplora, fornendoci modelli matematici nuovi, nell’universo delle forme che nascono, muoiono e mutano, un universo di piccole mutazioni continue che inducono il divenire.

Così l’opera di Ilaria Beretta va oltre la realtà visibile, per rendere visibile l’invisibile facendo anche dell’arte qualcosa che non è più da contemplare, per appartenere all’esperienza del toccare, del farsi prossimi alle cose, tutt’uno con esse. E’ anche apertura nell’arte di nuovi scenari che sono nuovi modi di pensare l’arte e interagire con essa, in quanto mettono in relazione la matericità fsica delle sculture e delle immagini con l’invisibile del mondo delle particelle cercando di renderlo accessibile intuitivamente e attraverso la vista e il tatto, e con esso far nostra la consapevolezza della mutazione delle forme e della stessa vita. E però al nostro sguardo il riconoscerci nasce da qualcosa di antico e insieme familiare che le forme e le scritture evocano, nasce dalle suggestioni delle voci a partire dal fatto che la pelle è l’ipersuperfcie per eccellenza, è la parte tattile del corpo, non solo qualcosa da guardare. Nasce dalla pluralità delle lingue e gli invisibili nessi che collegano lingua e geografa, sentimenti e paesaggi, luci, colori suoni, piccole sfumature nei modi di camminare, sorridere, di piangere, di vivere e di morire evocate dalla videoproiezione di immagini di diverse città in cui tutte le fotografe sono opera di diverse persone che hanno voluto partecipare all’operazione.

Un gioco a tappe creato dalle fantasie dei partecipanti al workshop che in modo tridimensionale (scultura) o bidimensionale (disegno) realizzeranno ogniuno una delle tappe che andranno a formare il percorso che i concorrenti imprevedibilmente si troveranno a percorre (vivere); da qui si comincerà una storia che altri giocatori potranno continuare a sviluppare.

Patrocinio del Comune di Milano, Consiglio di zona 2

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