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Nadia Galbiati Spazio costruito

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“Spazio Costruito”

La seduzione del luogo: relazione tra spazio esterno ed interno come forma costruita

installazione di Nadia Galbiati

a cura di Jacqueline Ceresoli

dal 29 novembre al 14 dicembre 2013

“Quando ho iniziato a pensare al progetto per lo spazio di City Art ho subito sentito la necessità di interagire con la galleria, con la forma dell’ambiente di carattere triangolare, come una sezione di fuga prospettica. Il frammento di uno scorcio. Un volume dinamico che mi ha subito catapultata nello spazio di una strada, un viale, un luogo della città.
Un vuoto tra spazi costruiti dove si articolano assenze e presenze, pieni e vuoti linee immaginarie in fuga, tra architetture e luoghi urbani. Vuoti come materia e materia costruita come forma ”. Con queste parole Nadia Galbiati commenta la sua opera, così “entriamo” subito nel suo sguardo, nella sua propensione analitica di definire “spazi costruiti” in relazione con l’architettura preesistente.
La scultrice, rigorosamente concettuale, già nota per una paradossale “Estetica dell’angolo”, in occasione di questa mostra personale nella galleria City Art, supera la sua rigidità strutturale di matrice minimalista, con l’installazione site-specific dall’emblematico titolo “Spazio Costruito”, pensata in espansione dello spazio espositivo, partendo non da un volume-struttura immaginata, ma dall’analisi, dalla sintesi e dalla scomposizione e ricomposizione di soluzioni geometriche riscontrate in situ, in cui i vuoti e non i pieni assumono un ruolo determinante.
Il suo progetto si sviluppa articolando gabbie in ferro in una composizione ortogonale con l’aggiunta di lamiere, trasformate in supporto per segni incisi, appoggiata a terra sull’asse inclinato con tre punti di appoggio, in bilico sulla superficie piana. Le sue gabbie ortogonali completamente dipinte di bianco, che sono il risultato dell’elaborazione di una forma rilevata nello spazio preesistente, sarebbero piaciute a Sol LeWitt, artista americano noto per sculture minimaliste che si integrano visivamente con le pareti, in cui la semplice ripetizione seriale di moduli geometrici, di per sé sempre identici, a seconda di come e dove vengono assemblati assumono connotati diversi. Con la differenza che per Nadia Galbiati, non è solo l’integrazione con lo spazio il punto di partenza dell’opera, bensì l’elaborazione di forme che lo caratterizzano, in cui la stessa forza di gravità e l’apparente precarietà della struttura funziona da elemento di coesione.
Queste gabbie ortogonali, strutture primarie modulari incastrate, chiuse e nello stesso tempo dinamiche, ripetute per estensione spaziale, sono pensate come ideali “mattoni” di uno spazio in via di costruzione, progettate in 3D: da vivere, più che da raccontare, poiché modificano radicalmente la percezione della galleria milanese con una vetrina che si affaccia sulla strada e incornicia orizzonti di nuove spazialità.
Il suo procedimento è basato su schemi essenziali sul piano formale, ma è concettualmente complesso nel processo esecutivo e di allestimento in situ dell’opera, poiché nulla è come sembra e ogni singola parte della struttura corrisponde a calcoli matematici di singole parti in rapporto al tutto, articolati da relazioni interne tra l’opera, lo spazio espositivo e la sua intenzione di visualizzare proporzioni differenti, “ingabbiando” il vuoto.
Le lamiere metalliche sulle quali la scultrice traccia segni, linee verticali e orizzontali conferiscono alla struttura compatta e unitaria una maggiore “levità”, quel non so che di leggerezza, giocando su impercettibili tensioni e spinte centrifughe e centripete che dinamizzano la scultura apparentemente statica. La luce naturale e artificiale assume un ruolo da protagonista per evidenziare forme costruite tra proiezioni di linee, rettangoli, materializzando attitudini di vuoti incorniciati dentro lo spazio.
Galbiati fotografa le architetture degli anni ’30 e ’50 del Novecento di città europee e internazionali, ogni città svela forme costruite e infatti, osservando bene le sue gabbie del vedere, dati come ipotesi costruttive, si nota che le vocazioni o attitudini architettoniche si riducono a svuotamenti di volumi pieni, in cui le strutture solide sembrano sospese nel vuoto, ridotte a forme primarie- euclidee, giocano su inedite traiettorie d’impatto fortemente scenografico.
Monumentalismo, razionalismo, tagli, linee, incastri dinamici e superfici diventano strumenti di costruzione, ingombranti moduli plasmati nel vuoto come metafora degli insediamenti urbani.
La sua concezione utopistica che vuole la città come produttore di spazio, è l’altra possibile chiave di lettura di questa maestosa scultura, che sposta il nostro interesse dalla relazione tra opera e spazio espositivo, all’esterno tra scultura e città, spazio abitato e costruito.
Lo spazio non è una cosa, bensì una vocazione di costruzione o di vuoto, a secondo di come lo si immagina, progetta o viene esperito. Questa figura scolpita nello spazio, formata da diversi moduli ortogonali riceve l’impronta della luce, assurgendo a volume pieno, seppure costituito da voti strutturanti.
Martin Heiddegger (1889-1976) scrive nell’ “Arte e lo Spazio”: << Il gioco di rapporti di arte e spazio dovrebbe essere pensato a partire dall’esperienza di un luogo e contrada. L’arte come scultura: non già una presa di possesso dello spazio. La scultura non sarebbe affatto un confronto con lo spazio. La scultura sarebbe farsi corpo di luoghi che, aprendo una contrada e custodendola, tengono raccolto intorno a sé un che di libero che accorda una dimora a tutte le cose e agli uomini un abitare in mezzo alle cose >>.
Partendo da questa premessa, se le cose stanno in questi termini per il filosofo tedesco, Galbiati volutamente incorpora, postula nel vuoto il dialogo con uno spazio assoluto che diviene costruito solo se lo si osserva e si vive, se si gira intorno a tutte le parti che perimetrano la galleria, in cui la scultura da corpo a nuove possibili visioni di astrazioni, tensioni meta-spaziali in cui per estensione si riflette la forma di chissà quale città, ancora tutta da esplorare.

di Jacqueline Ceresoli

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