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Stefania Romano Nuvole di cipria

romano

“NUVOLE DI CIPRIA”

personale di Stefania Romano

testo critico Roberto Borghi
a cura di Pino Diecidue

A 57 anni dalla Legge Merlin, si rivaluta l’ipotesi di aprire nuovamente le «Case chiuse».

 Per alcuni, luoghi di piacere e di comprensione dove, spesso, si recavano uomini in cerca di un orecchio che sapesse ascoltare e non solo di dolcezze sensuali.

Immagini che creano un’installazione poetica.

dal 16 al 30 maggio 2015

CASE CHIUSE, CORPI APERTI
I bordelli si chiamavano così perché avevano sede in case piccole e scalcagnate, ov-vero in una tipologia di edifici che, nel francese delle origini, veniva designata con il termine bordel. Sto parlando ovviamente di un tempo molto lontano, che ha avuto termine all’incirca con l’età dei lumi, quando anche in Italia, per indicare il luogo in cui avviene la prostituzione, si è preferito usare un sinonimo più aggraziato, qual è casino. Anche questa parola tuttavia, non diversamente da bordello, risulterebbe inappropriata per definire gli ambienti evocati dalle fotografie di Stefania Romano. Entrambi i termini infatti suggeriscono un senso di rumore, di concitazione: l’esatto contrario del silenzio appagato e del senso di indecifrabile intimità (con il proprio corpo, ancor prima che con quello di un ipotetico “cliente”) a cui tendono le case chiuse di Stefania.
È noto quanto la pittura del tardo Ottocento e del primo Novecento debba a tali case. Parecchie opere di Degas e di Toulouse-Lautrec; Les demoiselles d’Avignon; Rissa in galleria e altri dipinti futuristi ambientati nella Galleria Vittorio Emanuele, cioè il luogo a più alto tasso di prostituzione della Milano novecentesca: non sono che alcuni esempi del legame (conturbante ma innegabile) tra meretricio e modernità estetica.
Le foto di Stefania Romano però sembrano impregnate di un’altra cultura e di un’altra atmosfera. Anzitutto di quelle di certa fotografia degli anni venti e trenta, ma anche di certo cinema dello stesso periodo: fotografia e cinema attraversati immancabilmente da ombre che a volte tracimano in tenebre, ma più spesso si assestano in un enigmatico chiaroscuro. Le case chiuse del cinema e della letteratura francese dell’ entre deux guerres sono torbide ed eleganti come i luoghi nei quali immaginiamo siano state scattate queste fotografie, ma forse è bene che il riferimento al contesto si fermi qui e che a parlare siano direttamente le foto e i corpi che esse raffigurano.
Corpi osservati (e in parte spiati) attraverso inquadrature anomale, corpi riflessi in specchi, corpi circoscritti in ovali che li rendono tanto stranianti quanto seducenti. Corpi anonimi, ma paradossalmente tutt’altro che impersonali, privi di volto, ma dotati almeno apparentemente di una personalità spiccata quanto le loro forme.
Corpi obliqui, capovolti, corpi inscatolati ma tutt’altro che chiusi alle sensazioni, anzi aperti a uno spettro di possibilità percettive che include ovviamente il piacere, ma un piacere instabile e sottilmente minaccioso. Corpi a volte eloquenti, talora contornati da orpelli che sembrano avere una funzione sonora, cioè rendere acustico (ancor prima che tattile o visivo) il piacere; più spesso corpi dal linguaggio cadenzato, dalla risonanza contratta, dall’espressività restia a dire tutto, anzi propensa a tacere di molto, ma non dell’essenziale. Corpi anomali, nel panorama della fotografia contemporanea, perché non identitari e tutt’altro che esibiti, anzi caratterizzati da una reticenza che ne preserva il mistero senza vietarli allo sguardo.
Roberto Borghi

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